Adriano Faciocchi: un recupero ancorchè parziale della città è meglio di niente

20 OTT 13
Ultimo aggiornamento: 16:33 | 16 MAG 25
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Una città si muove, vive, cambia aspetto in relazione ai suoi abitanti. E’ naturale perciò che con il passare del tempo alcune funzioni, che magari hanno comportato evidenti vincoli urbanistici, perdano significato.
Cremona non è sfuggita a questo processo incontrovertibile ed eredita dal passato oggi tanti contenitori vuoti, a forte rischio di degrado. Un’attenta visione urbanistica, coniugata con il rispetto del suolo e con il concetto etico di non consumo, non può non accorgersi che esistono zone, quartieri, palazzi ancora vuoti in posizione strategica, sapientemente da sfruttare.
Fatto salvo il concetto della rete dei servizi che li lambisce e che ha un valore intrinseco, nel senso che è una risorsa che non deve essere ricostruita, si impone il problema del recupero del patrimonio edificato esistente, che sottende la salvaguardia della qualità della vita.
E’ ragionevole allora fare alcune distinzioni.
Partiamo dagli edifici residenziali. Si tratta sovente di palazzi di pregio con ricche corti interne, appartenuti ad antiche famiglie, anche patrizie, senza discendenti. Sono verosimilmente ancora in grado di svolgere la primigenia funzione abitativa. Se il loro valore architettonico è emergente (ad esempio, Palazzo Fodri, Palazzo Grasselli…) prevale il concetto della conservazione e/o valorizzazione del bene.
Sarebbe un controsenso stravolgerne l’impianto per introdurre i concetti standardizzati della moderna tecnologia. Meglio affrontare la sfida di adeguare questo patrimonio ai nuovi canoni della sicurezza e del risparmio energetico, nel rispetto materico del loro tessuto. Poche altre funzioni sono compatibili con questa destinazione, salvo il loro non auspicabile sconvolgimento: uffici privati, studi professionali, botteghe liutarie, piccoli sportelli bancari, forse ristoranti o piccoli alberghi…Rimane aperto il problema dei parcheggi: se non si può contare sulle antiche scuderie, sembra inevitabile il ricorso a strutture interrate.
Un altro grande bacino urbano in trasformazione sono gli opifici storici, sorti nella prima periferia cittadina. Oggi i flussi di traffico e le nuove esigenze produttive hanno dirottato le attività lavorative molto più all’esterno. Prescindendo dalle problematiche dei nuovi spostamenti degli addetti, l’eredità lasciata dalla dismissione di queste funzioni è decisamente meno vincolata. Osservando le aree ex Solai Varese, ex Nastrificio, ex Armaguerra, Foro Boario…appare del tutto evidente la potenzialità del loro recupero a fini diversi, che può partire, salvo casi particolari, dalla demolizione del costruito.
La maggiore libertà compositiva consente allora di trasferirvi funzioni sanitarie, terziario avanzato, enti pubblici che possono richiamare molti utenti e necessitano di grandi spazi per riunioni, palestre, medie attività commerciali, ma ancora residenze moderne e più adatte alle dimensioni dei nuovi nuclei familiari. Forse è qui dove si legge il nuovo volto architettonico della città, attraverso la declinazioni dei nuovi paradigmi costruttivi, spesso in aperta antitesi con il vecchio tessuto secolare del centro.
Ma a Cremona esiste un’altra gamma di contenitori vuoti, legata a forme di vita collettiva oggi scomparsa, magari con qualche rimpianto: convitti, caserme, conventi…ma anche cinematografi, concessionarie...Si tratta quasi sempre di interi isolati, dotati di un mix di edifici di pregio e di strutture fatiscenti, spesso di proprietà pubblica. Non sempre purtroppo è ipotizzabile un loro recupero integrale, viste le dimensioni e l’impatto economico conseguente. Molto difficile è anche scavalcare i vincoli architettonici, che cristallizzano le dimensioni di alcuni spazi, quando magari potrebbe essere auspicabile una sapiente e chirurgica demolizione.
Vista la loro ubicazione strategica, varrebbe la pena destinarli a funzioni pubbliche oggi molto frantumate o compresse, attraverso il perseguimento di una caratteristica essenziale: la flessibilità dell’uso. Pur senza mirare all’invidiabile esempio di recupero di Palazzo Cocchia a Museo del Violino con Auditorium di iniziativa privata, potrebbero essere accorpati in questi contesti molti uffici territoriali della Provincia o del Comune, con evidente risparmio di collegamenti e di funzioni. Senza contare che nei grandi cortili (delle caserme, ad esempio) potrebbero essere concepiti parcheggi, soprattutto interrati.
Concludo questo intervento con una considerazione personale. Stante la mia appartenenza all’Associazione Professionisti di Cremona, che rappresenta diecimila iscritti e venti categorie, mi è capitato di visitare molti dei contenitori vuoti citati, alla ricerca di una sede più idonea di via Palestro 66, per trasferirvi i nostri uffici e le sale per la formazione. L’attuale contingenza da un lato ha fatto conoscere proposte allettanti, ma dall’altro ha indotto alla prudenza, a causa dell’incertezza che sta vivendo il mondo delle professioni. Non smetterò però di sognare un periodo più felice, in cui potremo finalmente liberare tutte le nostre risorse.
Adriano Faciocchi
Presidente Ordine degli Ingegneri